Le concentrazioni più alte di biocontaminazione che rileviamo durante le operazioni di sanificazione non si trovano negli impianti più usati. Si trovano nelle UTA lasciate in disuso. Un’Unità di Trattamento Aria ferma, esclusa dai calendari di manutenzione e non preparata correttamente a un lungo periodo di inattività, diventa l’ambiente ideale per lo sviluppo di muffe, lieviti e Legionella. In questo articolo analizziamo un caso reale documentato dal nostro Biologo Igienista: una UTA fuori esercizio in cui i campionamenti hanno rilevato Legionella a 900 UFC/L e muffe a 150 UFC/cm². Spieghiamo perché succede, qual è il rischio meno evidente e più pericoloso, e cosa deve fare un responsabile della manutenzione per evitarlo.
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Perché gli impianti fermi sono i più contaminati
Nei piani di programmazione della manutenzione quasi sempre non compaiono gli impianti lasciati in disuso. È un’omissione comprensibile ma rischiosa: un impianto fermo non produce, non consuma, non dà segnali di sé, e per questo esce dal radar di chi gestisce la manutenzione. Eppure è proprio quell’impianto silenzioso a rappresentare il rischio biologico maggiore.
Quando una UTA viene fermata senza una corretta procedura di messa in stand-by, l’acqua presente nella vasca di umidificazione resta ferma. Il sistema di ricircolo si blocca, l’acqua stagna e nel giro di settimane si formano masse gelatinose, ovvero muffe in forma gelatinosa che colonizzano la matrice acquosa. Il pacco alveolare umidificatore, costantemente umido e mai asciugato completamente, si degrada e diventa un substrato perfetto per la proliferazione microbica.
Il paradosso è che questi impianti, se inseriti in un piano di manutenzione e sanificazione anche minimo, potrebbero essere mantenuti in condizioni di sicurezza con spese di intervento contenute. È l’abbandono, non l’età dell’impianto, a generare il problema.
Il caso: una UTA fuori dai calendari di manutenzione
Durante un intervento di sanificazione il nostro Biologo Igienista ha esaminato una UTA lasciata al di fuori dei calendari di manutenzione e, soprattutto, non preparata per una lunga inoperatività. Un’ispezione visiva preliminare avrebbe rilevato fin da subito due anomalie evidenti.
La prima: la presenza di acqua stagnante nella vasca di umidificazione, con blocco del sistema di ricircolo e formazione delle caratteristiche masse gelatinose, le muffe in forma gelatinosa sviluppate nell’acqua ferma.
La seconda: il grave stato di degradazione del pacco alveolare umidificatore, con formazione estesa di muffe sulla sua superficie.
A quel punto sono stati eseguiti due campionamenti: un tampone sul pacco alveolare, che presentava una contaminazione evidente già a occhio nudo, e un prelievo dell’acqua dalla vaschetta di umidificazione per la ricerca della Legionella.
I risultati delle analisi
Le analisi di laboratorio hanno confermato un quadro di contaminazione severa. Questi i valori rilevati sul pacco alveolare e nell’acqua di umidificazione.
| Parametro analizzato | Valore rilevato | Matrice |
|---|---|---|
| Carica Batterica Totale (CBT) | 25 UFC/cm² | Pacco alveolare |
| Lieviti | 74 UFC/cm² | Pacco alveolare |
| Muffe | 150 UFC/cm² | Pacco alveolare |
| Legionella spp. | 900 UFC/L | Acqua di umidificazione |
Il rischio meno evidente non è la Legionella
Il dato della Legionella a 900 UFC/L è quello che colpisce di più, ma l’analisi tecnica porta a una conclusione meno scontata. A macchine ferme, la Legionella era bloccata nella matrice acquosa stagnante e non veniva dispersa nell’aria. Sarebbe stata rimossa al riavvio delle macchine, oppure costituiva una via di contaminazione potenziale soprattutto durante le operazioni manuali di manutenzione e sanificazione, quando l’operatore movimenta il materiale contaminato.
Il vero punto critico sono le muffe. Le muffe hanno una grandissima capacità di dispersione aerea anche quando la ventilazione è minima. Le loro spore e le micotossine che producono hanno dimensioni geometriche talmente ridotte da passare al di sotto delle sezioni di filtraggio dei filtri più performanti utilizzati in ambito civile. Questo significa che, una volta riavviato un impianto contaminato da muffe, le spore possono attraversare la filtrazione e raggiungere gli ambienti serviti, anche se l’impianto monta filtri di buona qualità.
È una distinzione importante per chi gestisce il rischio: concentrarsi solo sulla Legionella e trascurare la contaminazione fungina significa sottovalutare la minaccia che ha maggiore probabilità di raggiungere effettivamente le persone.
La sicurezza degli operatori durante l’intervento
C’è un aspetto che riguarda chi esegue materialmente la sanificazione. Gli operatori della manutenzione e della sanificazione sono i soggetti più esposti alle anomalie biologiche degli impianti, perché intervengono proprio nel momento in cui il materiale contaminato viene rimosso e movimentato.
Nel caso esaminato, l’asportazione e lo stoccaggio dei pacchi alveolari contaminati sono stati eseguiti con il massimo delle precauzioni e con idonee dotazioni di Dispositivi di Protezione Individuale. Non è un dettaglio formale: la rimozione di un pacco alveolare colonizzato da muffe, senza le adeguate protezioni, espone l’operatore a un’inalazione massiccia di spore e micotossine.
Questo riporta al tema della conoscenza, dell’esperienza e della formazione, indispensabili per innalzare i livelli di sicurezza verso l’esposizione ai biocontaminanti, esattamente come avviene per le sostanze chimiche. Un’azienda che affida la sanificazione a personale non formato mette a rischio non solo la qualità dell’intervento, ma anche la salute di chi lo esegue.
Come prevenire: la manutenzione degli impianti in stand-by
La lezione operativa di questo caso è semplice da enunciare e spesso ignorata nella pratica: un impianto fermo non è un impianto sicuro, e va gestito come tale. Le misure di prevenzione che raccomandiamo a chi ha impianti in disuso o in stand-by sono essenzialmente tre.
La prima è inserire gli impianti fermi nei calendari di manutenzione, esattamente come quelli in esercizio. L’assenza dai piani di manutenzione è la causa prima del problema.
La seconda è preparare correttamente l’impianto a un lungo periodo di inattività: svuotamento e asciugatura delle vasche di umidificazione, rimozione dell’acqua dai circuiti, verifica che non restino zone di ristagno.
La terza è effettuare un’ispezione tecnica e, se necessario, una valutazione del rischio prima di rimettere in funzione un impianto fermo da tempo. Riavviare una UTA contaminata senza un controllo preventivo significa distribuire negli ambienti tutto ciò che si è sviluppato durante il fermo.
“Le più alte concentrazioni di biocontaminazione durante le nostre operazioni di sanificazione sono state rilevate sulle macchine lasciate in disuso. Il punto critico sono le muffe, che si disperdono nell’aria anche con ventilazione minima e passano al di sotto delle sezioni di filtraggio dei filtri più performanti usati in ambito civile.”
— Pasquale Bondanese, Biologo e Igienista Industriale
Domande frequenti
Perché le UTA in disuso sono più contaminate di quelle in funzione?
Quando l’impianto viene fermato senza una corretta procedura di messa in stand-by, l’acqua resta ferma nella vasca di umidificazione, il sistema di ricircolo si blocca e si formano masse gelatinose di muffe. Il pacco alveolare umidificatore, sempre umido e mai asciugato, diventa un substrato ideale per la proliferazione di muffe, lieviti e Legionella. Gli impianti fermi, inoltre, sono quasi sempre esclusi dai calendari di manutenzione.
Quali contaminanti si trovano in una UTA ferma?
In un caso reale documentato dal Biologo Igienista Hi Clean su una UTA in disuso sono stati rilevati: Carica Batterica Totale 25 UFC/cm², Lieviti 74 UFC/cm², Muffe 150 UFC/cm² sul pacco alveolare, e Legionella 900 UFC/L nell’acqua di umidificazione.
La Legionella in una UTA ferma è pericolosa?
A macchine ferme la Legionella resta bloccata nella matrice acquosa stagnante e non si disperde nell’aria. Diventa una via di contaminazione potenziale al riavvio dell’impianto o durante le operazioni manuali di manutenzione. Il rischio aereo maggiore in una UTA ferma è rappresentato dalle muffe, che si disperdono facilmente e attraversano i filtri civili.
Cosa fare prima di riavviare un impianto fermo da tempo?
Prima di rimettere in funzione una UTA ferma da tempo è necessaria un’ispezione tecnica e, se opportuno, una valutazione del rischio con campionamenti microbiologici. Riavviare un impianto contaminato senza controllo preventivo significa distribuire negli ambienti serviti tutto il materiale biologico sviluppatosi durante il fermo.
Come si previene la contaminazione di un impianto in stand-by?
Con tre misure: inserire gli impianti fermi nei calendari di manutenzione come quelli in esercizio, preparare correttamente l’impianto all’inattività con svuotamento e asciugatura delle vasche di umidificazione, ed eseguire un’ispezione tecnica prima del riavvio.
Se nel tuo stabilimento ci sono UTA in stand-by o impianti aeraulici fermi da mesi, una valutazione tecnica preventiva costa una frazione di una bonifica d’emergenza. Hi Clean esegue un sopralluogo tecnico gratuito per verificare lo stato dei tuoi impianti.
Sull’analisi tecnica: articolo basato sulla relazione di Pasquale Bondanese, Biologo e Igienista Industriale, redatta durante un intervento reale di sanificazione Hi Clean su un’Unità di Trattamento Aria in disuso. I valori riportati provengono dai rapporti di prova delle analisi di laboratorio.



